METTI UNA CENA A GARDALAND PER SCOPRIRE COS’È UNA VITA AL BUIO (da Il Corriere del Veneto, 08.01.2013)

Articolo pubblicato sul Corriere del Veneto del 8 gennaio 2013

METTI UNA CENA A GARDALAND PER SCOPRIRE COS’È UNA VITA AL BUIO
SOLIDARIETA’
Una serata da non vedenti organizzata dall’associazione Gold Vis all’interno del parco giochi
VERONA — Buio, completo. Neppure il tempo di conservare un ricordo luminoso e sei dentro a un incubo. L’occhio cerca riferimenti che si trasformino in speranza ma la vista diventa un senso inutile. Vivere una notte da cieco portando avanti un’attività universalmente riconosciuta come semplice: mangiare. L’idea è conosciuta, gli effetti didattici inattesi e sconvolgenti.
Ci pensa l’associazione Gold Vis a farti capire cosa voglia dire essere non vedente. Maurizio Mariotto organizza una cena al buio nelle stanze del saloon di Gardaland, alle ore 20 di domenica 6 gennaio. «Guardare Oltre La Disabilità Visiva» (ecco il significato dell’acronimo Gold Vis) in compagnia di un management, quello del parco, che non si trattiene dal tendere la propria mano a ogni tipo di handicap. Il tutto quando Prezzemolo è andato in letargo, il sogno dei bambini ha vissuto l’ultimo giorno di apertura e i convitati si ritrovano in un silenzio surreale a cui la nebbia aggiunge anche una tinta tremebonda. Fuori il freddo dell’inverno, dentro quello dell’anima. Scoperto subito e in maniera netta, sfacciata. Si chiudono le porte e ti devi affidare a chi convive con le tenebre ogni giorno.
Il dilemma è presto svelato: mangiare con le mani e regredire a uno stato primordiale? No, lo sforzo deve essere quello di comportarsi nella maniera più naturale possibile. Pancetta, riconosciuta. Crudo, riconosciuto. Speck, riconosciuto. Un sospiro di sollievo e le solite parole veloci a darsi coraggio. E intanto comincia a farsi strada la curiosità di sapere che faccia possa avere quello seduto davanti. È un uomo, chiaro. Sembra simpatico. L’odore del pasticcio è inconfondibile. Il caldo della besciamella, la pasta morbida e il sapore del ragù: si può sopravvivere senza coltello ma ogni tanto un dito malandrino aiuta il boccone a salire sulla posata. Il quesito è solo rimandato. La mano di chi ti ama a stringerti la coscia, come a segnare il territorio. Forse quello seduto alla sinistra è nudo. Divertente pensiero in totale assenza di dress code.
Il secondo è fritto: patatine e cotoletta. Questa volta si è spacciati. I rebbi affondano nella carne e come un lecca-lecca si brandisce il fiero pasto mangiandolo come belva feroce. I fagioli sono l’ultimo baluardo che cade e le estremità diventano utensili. La bestia, ferita e innervosita, ha preso il sopravvento. «Non mi vede nessuno». Il mantra viene ripetuto in un cervello che ha già sviluppato altre vie di fuga. Il cibo è buono ma sembra manchi di qualcosa. L’aspetto visivo fa la differenza. Quando arriva il dolce (grossa fatica a riconoscere un semplice tiramisù) si comincia a vedere lo striscione dell’arrivo. E, poi, la luce.
Piccole candele che squarciano la paura e regalano un nuovo senso. Non la vista. Quella l’avresti recuperata comunque. Quanto piuttosto la consapevolezza di come sia inutile lamentarsi nella vita. La dignità di chi ti ha impartito una lezione indimenticabile troneggia in mezzo alla sala e prende il volto sereno di un Labrador color miele che annusa il legno marrone del pavimento e raccoglie le briciole con la lingua rosa. Ecco gli occhi castani che scodinzolano. Ecco la guida di chi mangia senza mai apparire ridicolo, di chi si veste senza dimenticare il buon gusto, di chi vive pensando che poteva andare meglio, certo, ma che peggio sarebbe nascondersi in casa. Si esce. Fuori l’aria è ancora fredda e la nebbia non riesce a nascondere il suo colore. Bianco. Dopo tutto quel nero è un regalo inatteso.
Francesco Costantino

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